QUELLE IMPRESE ROSA “FURBE” CHE SBALLANO LE STATISTICHE
- Nando Marinucci
- 4 apr
- Tempo di lettura: 2 min

l’imprenditoria femminile, si leggeva ieri sul giornale, sta andando alla grande qui in Abruzzo, con la Provincia di Chieti che si posiziona addirittura al secondo posto nella classifica nazionale. Dati e numeri che renderebbero il quadro molto positivo se non si considerasse il dato sconfortante di quelle imprese femminili di facciata o imprese di prestanome c
he rimangono, sempre ed incredibilmente, nascoste alle statistiche. Non esistono dati ufficiali sul numero di queste imprese, sia chiaro; si tratta di pratiche che emergono solo in sede di accertamenti giudiziari o ispettivi, ma quando si fanno valutazioni sarebbe utile citarle, quantomeno dichiararne l’esistenza.
Il dato statistico di Chieti, seconda solo alla provincia di Prato in Italia, dovrebbe muovere un qualche sospetto. Tutte queste imprese femminili, che superano in numero quelle delle aree che, per produzione, sono al top dell’economia italiana, dovrebbe destare quantomeno perplessità. Basterebbe, comunque, verificare i settori delle attività femminili quando la tradizione vuole che siano maschili, come l’edilizia ed il trasporto, per farsi un’idea di massima.
Per gli studiosi e gli amanti dei numeri e delle statistiche, sarebbe utile verificare, appunto, profili, abilitazioni, competenze e modus operandi per cercare almeno di rilevare un dato più attendibile, evitando quantomeno entusiasmi e trionfalismi di sorta.
Nascondere subentri di mogli, figlie e parentela varia, in seguito a fallimenti, interdizioni o accesso ad agevolazioni o bandi riservati alle donne, sembra rimanga una pratica diffusa e forse anche vitale per l’economia che annaspa, con tutta la sua varia umanità che cerca di sopravvivere. Viviamo tempi nuovi, un mondo in trasformazione con dinamiche umane legate ad un mondo del lavoro in uno dei momenti più tristi della storia recente, figuriamoci qui in Abruzzo.
Gravi criticità, anche qui e forse di più, viste le vertenze in corso, per un lavoro che non garantisce più l’uscita dalla povertà e poi la crisi demografica, la fuga di cervelli, la sicurezza con infortuni e morti sul lavoro, e poi ancora, per chiudere il quadro non proprio bello per il futuro, le condizioni del lavoro femminile quando allo sfruttamento retributivo, alle violenze, alle molestie che rimangono spesso nel silenzio, si unisce il più volgare cinismo dello sfruttamento che non conosce limiti: quello nascosto della dignità degradata; quello di prestare anche il proprio nome.



Commenti